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Mammella

La mastoplastica additiva è l’intervento estetico mammario in assoluto più richiesto ed eseguito. Consiste nel modificare forma e volume del seno mediante l’utilizzo di un impianto mammario in silicone di ultima generazione (involucro ultraresistente testurizzato e gel coesivo all’interno, biocompatibile, ampiamente certificato).

Tre sono i parametri fondamentali di cui discutere attentamente durante la visita preoperatoria: via di accesso, piano di alloggiamento, tipo di protesi.

Via di accesso: Consiste nella via scelta per inserire la protesi, ne esistono sostanzialmente tre.

  1. La via ascellare (cicatrice nascosta nel cavo ascellare) è poco utilizzata in Europa perché scomoda per il chirurgo, rendendo difficoltosa l’emostasi (controllo del sanguinamento) ed il corretto posizionamento dell’impianto.
  2. La via del solco mammario (cicatrice di circa 4 cm nascosta nel solco sottomammario), comoda, di facile e rapida esecuzione, la cicatrice risulta ben nascosta e poco visibile, nessun problema di riduzione di sensibilità del capezzolo, l’unico svantaggio è che con l’assestamento della protesi (che comporta una sua possibile piccola discesa) la cicatrice potrebbe posizionarsi nel corpo della mammella ed essere più visibile.
  3. La via dell’areola (cicatrice lungo la metà inferiore del bordo dell’areola), comoda, di facile e rapida esecuzione, buon controllo di tutti i quadranti mammari per una dissezione precisa della tasca protesica, la cicatrice risulta ben nascosta nel punto di passaggio tra la cute pigmentata e non-pigmentata del bordo areolare, l’unico svantaggio consiste nella possibilità di avere una riduzione di sensibilità della metà inferiore di areola e capezzolo, rischio peraltro basso e problema normalmente solo transitorio.

Piano di alloggiamento: Riguarda il piano in cui viene posizionata la protesi. Esso può essere:

  1. Retroghiandolare (davanti al muscolo), meno doloroso ma la protesi è più visibile;
  2. Retrofasciale (davanti al muscolo ma dietro alla sua fascia anteriore), caratteristiche intermedie tra la retroghiandolare e la retromuscolare;
  3. Retromuscolare (dietro al muscolo), più doloroso, ma la protesi è meno visibile. Questo è il piano più utilizzato, che a sua volta si distingue in:
    1. Retromuscolare totale, da usare in paziente magre con seno molto piccolo;
    2. Retromuscolare parziale (o Dual-Plane), in cui i due-terzi superiori dell’impianto sono retromuscolari ed il terzo infero-esterno retroghiandolare.

La scelta va fatta sulla base delle caratteristiche intrinseche della paziente (corporatura, volume e forma del seno). La regola vuole che maggiore è la copertura dell’impianto, minima sarà la sua visibilità per un risultato più naturale ed elegante

 Tipo di protesi: Riguarda la forma della protesi da impiantare. Le misure a disposizione sono tante, per poter bene adeguarsi alle dimensioni del torace della paziente, ma le forme possono essere sostanzialmente due:

  1. Protesi tonda, la quale tende a dare risultati più ‘evidenti’, soprattutto nel polo superiore, per un decolleté più ‘procace’. Posizionata dietro al muscolo senza esagerare con le dimensioni, fornisce risultati naturali e piacevoli. Ha il grosso vantaggio di non essere influenzata dalla rotazione in caso di posizionamento retromuscolare (la mammella mantiene sempre la stessa forma), quindi è consigliata per le donne molto sportive.
  2. Protesi anatomica (o a goccia). Ha una forma che ricalca quella normale della mammella, quindi fornisce la garanzia di massima naturalezza. Il passaggio tra torace e mammella al decolleté avviene in forma graduale e naturale, senza il tanto temuto ‘scalino’. L’unico svantaggio consiste nel rischio di rotazione in caso di posizionamento retromuscolare (rischio peraltro molto basso se la tasca protesica viene ben confezionata), per cui si richiede di limitare l’uso delle braccia per il primo mese dopo l’intervento.

Esiste un particolare tipo di protesi, sempre in silicone, ma con una copertura esterna in Poliuretano. Questa copertura, molto ruvida, ne impedisce la rotazione ed abbassa il rischio di contrattura capsulare (indurimento della capsula intorno alla protesi), risultando comunque anch’essa biocompatibile. Si tratta di una valida alternativa nelle contratture capsulari recidivanti e nel caso in cui si voglia optare per una protesi anatomica retromuscolare, abbattendo il rischio di rotazione.

Le case produttrici di protesi che normalmente utilizziamo sono: Allergan, Mentor e Polytech. Si tratta di aziende leader sul mercato mondiale, che forniscono i più alti standard qualitativi e la massima sicurezza sul prodotto (peraltro con varie forme di garanzia sulle stesse protesi). Costano un po’ di più, ma si tratta di una piccola quota che nel tempo paga certamente: l’intervento va fatto una sola volta, impiantando i materiali migliori a disposizione.

L’intervento, della durata di circa due ore, viene eseguito in anestesia locale con sedazione profonda: questo significa poter evitare l’intubazione ed il pernottamento in clinica, gestendo il ricovero in modalità day-surgery e potendo anche risparmiare sui costi di clinica. Altro vantaggio considerevole della sedazione è il poter operare a pressioni sanguigne simili a quelle dello stato di veglia: questo ci permette di controllare bene il sanguinamento durante la procedura (emostasi) ed abbattere il rischio di sanguinamenti nel post-operatorio. Ciò significa che oggi giorno, nell’85% dei casi, possiamo evitare l’uso del drenaggio (tubicino che porta le secrezione dall’interno della tasca periprotesica all’esterno in una sacca di raccolta) ed i disagi ad esso connessi.

Nel post-operatorio la paziente assume una terapia antibiotica per bocca di sette giorni (prevenzione delle infezioni), associata ad una valida copertura antidolorifica ed alla protezione per lo stomaco e indossa un reggiseno senza ferretto ben contenitivo fino alla rimozione dei punti, che avviene all’incirca dopo due settimane. Soprattutto in caso di protesi anatomiche in posizione retromuscolare, è fondamentale limitare i movimenti delle braccia per almeno 15 giorni ed evitare l’attività sportiva per almeno il primo mese dopo l’operazione.

Nell’immediato post-operatorio le mammelle possono risultare innaturali, rigide e poco mobili, questo avviene soprattutto nel caso di alloggiamento retromuscolare ed è dovuto al gonfiore ed alla contrattura che inevitabilmente il muscolo sviluppa. Possono essere necessari dai 2 ai 6 mesi per acquisire la naturalezza e mobilità desiderate.

Protesi anatomiche retromuscolari

Protesi tonde retromuscolari

Mastoplastica additiva Roma

La mastoplastica riduttiva è un intervento di chirurgia plastica estetico-ricostruttiva, volto a ridurre le dimensioni di un seno eccessivamente sviluppato, che normalmente è anche notevolmente sceso (ptosico).

Si distinguono essenzialmente due forme di eccessivo sviluppo della mammella:

  1. ipertrofia mammaria, in cui il seno è molto voluminoso e generalmente ptosico, con problematiche estetiche e non funzionali;
  2. gigantomastia, in cui il seno si sviluppa in maniera eccessiva, associandosi a ptosi severa, ma soprattutto a problematiche funzionali quali difetti posturali, dolori alla colonna vertebrale (soprattutto cervicale e lombare) ed alla clavicola e macerazione cutanea da sudorazione a livello dei solchi mammari.

La mastoplastica riduttiva comporta la rimozione di una quota variabile (in funzione della gravità dell’ipertrofia) di tessuto mammario (ghiandola e grasso) e di cute, riducendo le dimensioni del seno, risolvendo i problemi funzionali (quando presenti), ridando tono e turgore e, soprattutto, migliorando l’estetica globale del seno che appare più proporzionato al resto del corpo e più sollevato. Ottenere tutti questi vantaggi richiede però di saper accettare cicatrici sul seno che a volte possono essere anche estese.

In funzione della cicatrice residua, si distinguono principalmente tre differenti tecniche chirurgiche di mastoplastica riduttiva (patterns di riduttiva):

1. Mastoplastica riduttiva verticale
Indicata per ipertrofie e ptosi moderate, alla cicatrice intorno all’areola (periareolare, con riduzione del suo diametro) si aggiunge un tratto verticale che giunge fino al solco mammario. Tale pratica consiste nella rimozione di una porzione di cute e ghiandola mammaria oblunga ad andamento verticale, in funzione delle necessità. In associazione si può utilizzare una autoprotesi per ridistribuire tessuto mammario dal polo inferiore a quello superiore che generalmente appare svuotato.

2. Mastoplastica riduttiva a “J” o “T invertita”
Indicata per ipertrofie severe e gigantomastie, alla cicatrice periareolare (con riduzione del diametro dell’areola) e verticale si aggiunge un tratto lungo il solco mammario che può estendersi solo lateralmente (J) o anche medialmente (T invertita). La porzione di cute e ghiandola rimossa ha la forma di un ‘buco di serratura’ di dimensioni tanto più ampie quanto maggiore è la quota di tessuto mammario che è necessario rimuovere. Si può utilizzare una autoprotesi per ridare tono e volume e riempire il polo superiore normalmente svuotato.

3. Mastoplastica riduttiva a “T invertita” con trapianto del complesso areola-capezzolo
Indicata per gigantomastie gravi, quando la trasposizione del complesso areola-capezzolo, in un seno molto voluminoso e molto sceso sarebbe a rischio di problematiche vascolari (congestione venosa), quindi, dopo aver rimodellato la ghiandola, si preferisce staccarlo e trapiantarlo nella nuova posizione. Alla cicatrice periareolare (con riduzione del diametro dell’areola) e verticale si aggiunge un tratto, in genere piuttosto lungo, che si localizza nel solco mammario (T invertita). La porzione di cute e ghiandola rimossa ha la forma di un ‘buco di serratura’ di dimensioni tanto più ampie quanto maggiore è la quota di tessuto mammario che è necessario rimuovere. Si può utilizzare una autoprotesi per ridare tono e riempire il polo superiore normalmente svuotato.

Non vi è una tecnica maggiormente consigliata rispetto ad un’altra, quanto piuttosto la miglior tecnica che si adegui alle caratteristiche della paziente in oggetto.

A volte può essere associata una liposuzione della mammella, in maniera tale da limitare la quota di tessuto mammario da rimuovere in blocco con il bisturi. Più spesso però la si utilizza per rifinire il risultato ottenuto con il bisturi, soprattutto lungo i prolungamenti laterali della mammella che, nelle gigantomastie, sono spesso molto sviluppati. In questa maniera il chirurgo plastico riesce a ridurre l’estensione laterale della cicatrice.

L’intervento viene di norma eseguito in anestesia generale, prevedendo una notte di degenza in clinica. Il riposo è consigliato per circa due settimane, durante le quali la paziente assumerà antibiotici ed antidolorifici, medicando a giorni alterni la ferita ed indossando costantemente un reggiseno contenitivo che sostituirà i cerotti, evitando i loro effetti negativi sulla cute delicata della mammella. I punti vengono rimossi dopo due settimane, senza dolore, semplicemente tagliando gli estremi della sutura intradermica. In seguito alla loro rimozione sarà necessario proteggere le cicatrici dal sole con una crema a schermo totale ed applicare sulle stesse creme o cerotti a base di silicone, atti a migliorarne l’aspetto, rendendole via via sempre meno visibili.

 

Nel primo mese dopo l’intervento il seno apparirà insolitamente alto, poco naturale, con un polo superiore molto pieno e l’inferiore schiacciato, bisogna attendere il modellamento della ghiandola riarrangiata (cioè una sua lieve discesa), che in genere si completa rapidamente, fino a raggiungere il risultato finale.

Una blanda attività fisica può essere ripresa a distanza di un mese, per poi tornare gradualmente alla piena normalità.

L’intervento di mastoplastica riduttiva non previene una recidiva dellipertrofia e della ptosi in caso di notevole incremento ponderale, ma, in assenza di aumento di peso, garantisce svariati anni di seno turgido e ben posizionato sul piano toracico. Naturalmente, la durata di questo periodo varia in funzione delle caratteristiche intrinseche della paziente (consistenza ed elasticità del tessuto mammario).

L’intervento di mastoplastica riduttiva elimina una parte di ghiandola mammaria e stira in alto i dotti galattofori (tubicini attraverso cui esce il latte) nella trasposizione del complesso areola-capezzolo. Questo può ridurre la funzione di allattamento, perciò si tende a consigliare di sottoporsi all’intervento dopo le gravidanze. Esistono in ogni caso delle varianti di tecnica che permettono di conservare l’allattamento, le quali vengono riservate alle donne giovani che, per motivi funzionali, necessitano di sottoporsi alla mastoplastica riduttiva, non potendo aspettare oltre.

Complicanze sono in genere rare, ma vanno sottolineate. Accanto a quelle comuni a tutti gli interventi, come ematomi, sieromi, infezioni o riapertura delle ferite, vanno aggiunte le complicanze vascolari a carico del complesso areola-capezzolo (congestione venosa, fino alla necrosi e perdita del complesso) e della cute mammaria in caso di riduzioni e sollevamenti consistenti, la riduzione di sensibilità, più spesso transitoria, a volte anche permanente, e le asimmetrie di forma, volume e posizione (i seni difficilmente sono simmetrici in partenza, quindi alcune note di asimmetria sono considerate normali dopo l’intervento).

Mastoplastica riduttiva Roma

La mastopessi è un intervento chirurgico volto a risollevare e ridare turgore ad un seno sceso (ptosico) che ha perso tono. Le tecniche oggi a disposizione del chirurgo plastico sono svariate, ma vanno comunque valutate e discusse attentamente con la paziente al momento della visita preoperatoria.

L’effetto di sollevamento si ottiene rimuovendo la pelle in eccesso e ridistribuendo il tessuto mammario residuo. Per ridonare turgore, invece, ad un seno che ha perso tono, si sfrutta la ghiandola mammaria residua (autoprotesi) o si aggiunge una protesi.  In ogni caso per ottenere gli effetti sperati le cicatrici vanno messe in conto, le quali, pur essendo nascoste in punti strategici poco visibili, ad una attenta analisi, possono risultare visibili e devono essere accettate dalla paziente.

Esistono essenzialmente tre tipi di tecniche chirurgiche da differenziare sulla base della cicatrice residua:

1. Mastopessi periareolare

Indicata per ptosi (discesa) lieve del seno, la cicatrice è posizionata solo intorno all’areola. Questo tipo di pratica consiste nella rimozione di un anello di cute della mammella, di dimensioni variabili, in funzione del grado di ptosi (fino a 10 cm di diametro). Inoltre può anche essere ridotto il diametro areolare, se necessario.

Si può utilizzare il tessuto mammario residuo (autoprotesi) o inserire una protesi in silicone per ridare tono o aumentare il volume.

2. Mastopessi verticale

Indicata per ptosi moderata, alla cicatrice intorno all’areola caratteristica della mastopessi periareolare, si aggiunge un tratto verticale che giunge fino al solco mammario. Questa pratica chirurgica prevede la rimozione di una porzione di cute oblunga ad andamento verticale, in funzione delle necessità. In associazione si può utilizzare una autoprotesi o una protesi mammaria per ridare tono e volume.

3. Mastopessi a “J” o “T invertita”

 Indicata per ptosi severa, alla cicatrice periareolare e verticale caratteristica delle precedenti pratiche, si aggiunge un tratto lungo il solco mammario che può estendersi solo lateralmente (J) o anche medialmente (T invertita).

La porzione di cute rimossa, dalla forma di un ‘buco di serratura’, è di dimensioni tanto più ampie quanto maggiore è la quota di pelle che è necessario rimuovere. Si può utilizzare una autoprotesi o una protesi mammaria per ridare tono e volume.

Nessuna tecnica è migliore delle altre, esiste però la tecnica più adatta alle caratteristiche della paziente, che quindi va visitata e consigliata con estrema attenzione. A parità di indicazione ovviamente si sceglie la tecnica a cicatrice più corta.

L’intervento può essere eseguito in anestesia generale od anche in anestesia locale con sedazione (senza intubazione, solo maschera dell’ossigeno). Nel primo caso viene richiesta una notte di degenza in clinica, nel secondo si torna a casa la sera stessa dell’intervento. Il riposo è consigliato per circa due settimane, durante le quali la paziente assumerà antibiotici ed antidolorifici, medicando a giorni alterni la ferita ed indossando costantemente un reggiseno contenitivo. I punti vengono rimossi dopo due settimane, senza dolore, semplicemente tagliando gli estremi della sutura intradermica. Dopo la rimozione dei punti sarà necessario proteggere le cicatrici dal sole con una crema a schermo totale, oltre ad applicare sulle stesse dei presidi atti a migliorarne l’aspetto, rendendole cioè, a poco a poco, sempre meno visibili. In questo caso si può far uso di creme o cerotti a base di silicone.

Nel primo mese dopo l’intervento il seno apparirà insolitamente alto, poco naturale, con un polo superiore molto pieno e l’inferiore schiacciato. Bisognerà attendere il modellamento della ghiandola riarrangiata (lieve discesa), che in genere si completa rapidamente, per poter raggiungere il risultato finale sperato.

Una blanda attività fisica può essere ripresa a distanza di un mese, per poi tornare gradualmente alla piena normalità.

L’intervento di mastopessi non previene una recidiva della ptosi nel tempo, ma garantisce svariati anni di seno turgido e ben posizionato sul piano toracico. La durata di questo periodo varia, naturalmente, in funzione delle caratteristiche intrinseche della paziente (consistenza ed elasticità del tessuto mammario).

Chirurgia estetica seno RomaMastopessi Roma

Il lipofilling può essere effettuato anche a livello del seno, con il fine principale di volumizzare, ma anche con quello di rigenerare il tessuto, considerando l’elevato contenuto in cellule staminali presenti nel grasso purificato.

Quantitativi elevati di grasso possono essere prelevati da differenti aree corporee sede di lipodistrofia, per essere centrifugati o decantati e poi re-iniettati a livello mammario. Questo permetterà di aumentare il volume complessivo del seno (finalità estetica) o per perfezionare esiti di radioterapia o di precedenti interventi (finalità ricostruttiva, nelle pazienti sottoposte a mastectomia o quadrantectomia con senza ricostruzione protesica).

L’impianto di grasso nel seno deve essere bi-compartimentale, essere posizionato cioè al di sotto della cute ed al di sopra del muscolo pettorale (in mani esperte anche nel contesto dello stesso muscolo pettorale), evitando accuratamente di introdurlo dentro la ghiandola mammaria, dove potrebbe creare problemi di diagnosi differenziale in caso di mammografia.

Il vantaggio principale di questa tecnica sta nella possibilità di evitare l’uso della protesi mammaria per l’incremento volumetrico del seno. Esistono però dei limiti: la procedura, infatti, necessita di essere ripetuta più volte per ottenere un incremento considerevole. Inoltre vi è una controindicazione nell’utilizzo in caso di seni ptosici (cioè scesi), in quanto l’aumento di volume e quindi di peso comporterebbe un peggioramento della discesa.

Il lipofilling è sicuramente una tecnica innovativa, poco invasiva, poco dolorosa, che non lascia cicatrici visibili e che non comporta l’utilizzo di corpi estranei, va però eseguita da personale esperto e con le opportune indicazioni, al fine di evitare risultati poco soddisfacenti.

L’intera procedura può essere eseguita in sedazione ed anestesia locale, in regime di Day-Surgery, non necessitando di ricovero. Lividi e gonfiore compaiono in particolare nella sede di prelievo del grasso più che sul seno, ma in due-tre settimane

Il capezzolo introflesso è una deformità, spesso congenita, che può riguardare sia gli uomini che le donne (soprattutto) e può interessare uno solo o entrambi i seni.

Importante è differenziarlo bene dal capezzolo retratto, che è una condizione acquisita, conseguenza di infezioni (mastiti), tumori o di interventi chirurgici.

Il capezzolo può essere perennemente introflesso o può essere esternalizzato dopo stimolazione tattile o con orripilazione: in ogni caso può essere causa di imbarazzo, soprattutto nella sfera intima. In tali casi la correzione avviene tramite un intervento chirurgico.

Esistono differenti tecniche in grado di correggere questa deformità, le quali però posso essere suddivise in due categorie: tecniche con o senza sezione dei dotti galattofori, intendendo per dotti galattofori i “tubicini” che portano il latte prodotto dalla ghiandola all’esterno attraverso il capezzolo. In funzione dell’età della paziente, del desiderio di poter allattare ed in primis delle richieste della paziente stessa, si può optare per l’una o per l’altra tecnica. La più efficace, soprattutto per la bassa percentuale di recidiva della malformazione, risulta essere la tecnica che prevede la sezione dei dotti, in quanto è proprio la loro lunghezza insufficiente la causa della retrazione.

L’intervento viene eseguito in anestesia locale, senza necessità di ricovero ed ha una durata media di circa 20-30 minuti per capezzolo. I punti si rimuovono dopo 10-15 gg, durante i quali si consiglia l’astensione dalla pratica sportiva. Le cicatrici, poste nella metà inferiore della base del capezzolo, sono generalmente di ottima qualità e difficili da vedere anche a breve distanza.

La ginecomastia consiste in un eccessivo e anomalo sviluppo della mammella in soggetti di sesso maschile. Si tratta di una condizione più comune di quanto si creda, infatti può colpire fino al 40-60% degli uomini. La patologia può interessare solo uno o più spesso entrambi i seni. Una condizione, questa, che può causare un notevole disagio psicologico per i pazienti che la presentano, colpendo soprattutto soggetti in età adolescenziale.

Sulla base delle caratteristiche cliniche, ecografiche ed in ultima analisi istologiche, distinguiamo tre forme diverse di ginecomastia:

  1. Ginecomastia vera: quando si presenta un eccesso di sviluppo della sola componente ghiandolare della mammella, che generalmente si localizza in sede retroareolare.
  2. Ginecomastia mista: quando si presenta un eccesso di sviluppo sia della componente ghiandolare che di quella adiposa, si può associare ad eccesso cutaneo.
  3. Ginecomastia falsa: quando si presenta un eccesso di sviluppo della sola componente adiposa della mammella, riguarda in genere tutta la regione pettorale e si può associare ad eccesso cutaneo.

Le cause riconosciute per lo sviluppo della ginecomastia vera sono l’uso di sterioidi anabolizzanti, tipica dei culturisti, l’assunzione di alcuni farmaci (es. antiipertensivi, spironolattone ecc.) ed alcune patologie, come la cirrosi epatica o disfunzioni ormonali di vario genere. Nel caso della ginecomastia falsa, la causa va ricercata nell’eccessivo aumento di peso.

Il trattamento chirurgico si differenzia in funzione della tipologia di ginecomastia:

  • per quella vera si effettua la mammectomia sottocutanea, che consiste nell’asportazione chirurgica della ghiandola ipertrofica attraverso una incisione nella metà inferiore dell’areola,
  • per quella falsa si esegue una liposuzione, quindi un’aspirazione del grasso in eccesso con cannule da liposuzione, attraverso 2-3 piccole incisioni di pochi millimetri in aree nascoste,
  • per la forma mista si associano le due metodiche chirurgiche.

In caso di eccesso cutaneo si rimuove un anello di cute intorno all’areola in maniera da eliminare la pelle eccedente poco tonica che rimane dopo la liposuzione, rimane una cicatrice intorno all’areola, generalmente poco visibile. In casi estremi di eccesso cutaneo (soprattutto dopo forti dimagrimenti), può essere necessario ricorrere a tecniche di mastopessi usate per i seni femminili.

L’intervento viene eseguito in anestesia locale con sedazione profonda in regime di Day-Hospital, senza prevedere la notte di degenza in clinica. Il paziente potrà dunque tornare a casa poche ore dopo la fine della procedura.

Nel post-operatorio, oltre alla classica terapia antibiotica ed antidolorifica, il paziente indosserà una guaina contenitiva notte e giorno per due settimane, rimuoverà i punti e quindi continuerà ad indossarla solo di giorno per ulteriori due settimane. A distanza di un mese potrà tornare alle comuni attività quotidiane, compresa l’attività sportiva.

Il risultato definitivo si apprezza dopo almeno 2-3 mesi, tempo di riassorbimento del gonfiore. Quando si associano le due metodiche, però, possono essere necessari anche 6 mesi di attesa.

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